Attività mentale che si svolge grazie al cielo solo durante il sonno, caratterizzata da impressioni visive degne di una tragedia greca, sensazioni e pensieri non coordinati tra loro logicamente ma esprimenti tutte le parti di me, anche quelle che non sopporto. Voci, quelle che ho chiuso in un cassetto così profondo che si apre solo quando dormo. Ermytage è la fase in cui il cassetto si apre e le immagini vengono liberate. Di Anna Ponti.
La Patente di guida dieci anni dopo.
Sono in macchina. Attaccato alla ventola dell’aria c’è un deodorante alla vaniglia che vorrebbe coprire l’odore dei ragazzi che hanno guidato prima di me. Il risultato è un tanfo acido e nauseante. Mi sembra di essere nella seconda classe del regionale Torino – Milano. Oggi proprio non ce la faccio. Non riesco a rimanere concentrata. Mi sento fragile come lo strato di caramello della crema catalana e mi sembra tutto troppo difficile. Di fianco a me c’è un istruttore di guida con cui non avevo mai fatto lezione prima. È giovane, ha i capelli tagliati a spazzola, le guance scavate e gli zigomi a punta come lo spigolo del letto dei miei genitori dove continuo a sbattere il mignolo del piede. Ho un'unghia nera da 4 mesi. Dicono che ci voglia un anno perché ricresca completamente. La guarigione a volte è un percorso lungo che richiede moltissima pazienza e una speranza di ferro. Oggi è andata così: mi è capitato l’istruttore sbagliato nella giornata peggiore. Mister spazzola mi parla a stento e in malo modo. Mi agito. Non riesco ad ingranare la terza. Mister spazzola inizia ad innervosirsi. Io mi agito ancora di più. La macchina si spegne. Le auto dietro di noi iniziano a suonare. Mister spazzola mi urla addosso. Io comincio a piangere. In silenzio. Le lacrime scendono lungo le mie guance mentre con piccoli lentissimi gesti cerco di mantenere l’ultima briciola di controllo che mi è rimasta.
La perdo nel momento in cui una lacrima invece di scendere rimane lì, ad annacquare il mio occhio destro. Mi si annebbia la vista.
Due giorni dopo ho dato l’esame di pratica per prendere la patente.
10 febbraio 2011.
Sono seduta sulla panchina dell’area di attesa dell’ACI. Fra due giorni mi scade la patente. Di fianco a me c’è un ragazzino con una costellazione di brufoli della giovinezza sulle guance e un libro di letteratura greca sulle ginocchia. Suona un cellulare. Il ragazzino risponde - ciao papà, sono all’Aci devo prenotare la lezione di guida - fa leggermente fatica a trovare le parole come se avesse qualcosa da nascondere e riconosco molto bene quell’opprimente perenne ingiustificato senso di colpa - il compito - mah credevo fosse andato benissimo in realtà poi ho scoperto di aver sbagliato un po’ di cose….comunque credo abbastanza bene - ora che ha sputato il rospo sembra più tranquillo - quando tornate? - a 18 anni è sempre una festa quando i genitori partono ed è fondamentale conoscere bene l’ora del loro ritorno per mettere la casa in ordine - ah ok , si, va bene, a domani allora, ciao - Il ragazzino torna a leggere il suo libro di letteratura Greca sottolineato già due volte, una con un evidenziatore giallo e l’altra con una penna nera. Mi tornano in mente Mister spazzola, la patente che sono poi riuscita a prendere senza troppi problemi nonostante quel problemino con la terza e la guarigione che è poi arrivata. Penso al mio sguardo che si rompeva non appena qualcuno mi manifestava un accenno di rabbia e penso a quanto spesso io sia cresciuta proprio grazie a loro. Penso al mio cuore e a tutta la strada che ha dovuto fare per sciogliere lo strato di ghiaccio che lo ricopriva e penso a come ogni fase della vita sia speciale per quello che è, se vissuta intensamente e con coraggio. Anche questa nuova fase è speciale. La fase in cui sono diventata grande, più forte e finalmente capace di amare e lasciarmi amare. Oggi la vita non mi fa più paura e la rabbia...beh la rabbia la manifesto in diversi modi, ad esempio sognando incredibili vulcani in eruzione in Valle d'Aosta.
Il suono del pannello elettronico mi strappa dai miei pensieri. È il mio turno e mi sento felice.
Inizio 2011. Concretezza.
Dalla testa e dalla pancia.
La tregua dalla mia storia dura un solo istante. Giusto il tempo di nutrirmi e dire grazie. La porta si riapre e tutto ciò che mi porto dentro inizia ad arrampicarsi sulle pareti del cestino del presente. E in mezzo a tante storie e tante domande ci sono due occhi che non smettono di parlarmi. Mi seguono con amore in ogni gesto e in ogni passo. Sono la sospensione in un tempo infinito. Un vuoto profondo in cui ci sta tutto quanto.
Il suono della sopravvivenza.
Perché i sopravvissuti non possono solo gioire. I sopravvissuti si portano sulle spalle la densità di ogni giorno di respiro in più che hanno. Questà densità però si può trasformare in energia, rapida e leggera. La forza di far sentire anche agli altri, a tutti coloro che non hanno ricevuto alcuna grazia, qual'è il vero gusto della vita. Ed è in questo modo, agendo con il cuore in mano, osservando la magia racchiusa nei piccoli gesti, entrando in punta dei piedi nella vita degli altri, onorando ogni alba e ogni risveglio, che la bilancia ritrova l'equilibrio e il flusso della vita la sua direzione. Io non sono Mario e un po' mi dispiace. Perché vorrei anche io, ogni mattina e ogni sera osservare il cielo con la piena consapevolezza di guardarlo dalla prospettiva migliore. Ringrazio la madre di quel ragazzo di Genova che mi ha raccontato questa storia, mentre delicatamente con il suo obiettivo rubava attimi di emozione in un giorno molto importante per la mia famiglia.
Sembra proprio una civetta.
La casa è in ordine, la cucina è asciutta, il pavimento è pulito e profumato. Forse per questo invece di rimanere sul divano questa notte preferisco distendermi con un asciugamano, una tovaglia e un tappetino per il bagno, per terra, sul terrazzo.
Guarda. Guarda laggiù sul tetto in mezzo ai camini. La vedi quell’ombra scura? Sembra proprio una civetta! Probabilmente non lo è. Se lo fosse, sarebbe già morta, soffocata da tutto l’inquinamento che c’è. Non importa. Posso provare a credere anche solo per una notte che lo sia. Perché le civette portano fortuna e ne avrò bisogno ora che ho deciso di continuare a crescere come voglio io.
Valigie sul pavimento.
In alto a sinistra.
A caso.
Mele dalla finestra.
Se poi la soluzione non arriva puoi sempre lanciare le mele dalla finestra.
Mele marce. Non dobbiamo sprecare nulla. Anzi mezze mele marce. La metà buona ce la teniamo e magari ci facciamo un altro tortino. Un tortino improvvisato con la scorza di limone tagliata a cubetti piccoli piccoli con il coltello perché la grattugia è andata a nascondersi in fondo al frigo dietro barattoli vuoti di marmellata fatta in casa e olive che cercano di fare capolino da uno spesso strato grigio di muffa. La grattugia è rimasta lì e il limone a cubetti è finito insieme ad un minuscolo pezzo di guscio d'uovo nell'impasto per il tortino fatto con la mezza mela buona. Per questo oggi prendo la mezza mela marcia e la lancio con violenza fuori dalla finestra dell'ufficio. Ma ho le braccia troppo piccole nonostante le casse d'acqua che mi trascino fino al quarto piano ed è per questo che la mela non riesce a superare il cancello del dannato borgo valentino che va salvato e si va a schiantare su una macchina. Manco la soddisfazione di superare il recinto del cantiere eterno e già condannato dal quartiere. Ci sono ancora un paio di mele da lanciare. Prima però devo aspettare che marcisca almeno il primo quartino. La grattugia è ancora dov'era. Mi è passata la voglia di tirarla fuori quando il gatto è riuscito ad aprirsi il frigo e ha tirato giù dall'ultimo ripiano un pezzo di pecorino e dopo averlo scartato se l'è mangiato. Il pecorino. Il Dio pecorino che non manca mai in casa mia. Il gatto si è mangiato il mio pecorino. E se non gli do l'activia tutte le mattine diventa isterico e mi azzanna. Ho un gatto drogato di latticini. Se tiro fuori la grattugia ho paura di tornare a casa e di ritrovarmelo davanti ad un piatto di maccheroni cacio e pepe. Meglio lasciarla lì insieme alle olive ammuffite perché anche le olive creano dipendenza. Credo ricordino un non so quale tipo di ferormone felino che li fa impazzire. Oggi però c'è il sole per questo va tutto meglio. In pausa pranzo ho inseguito come sempre un attimo di solitudine e sono andata al valentino che per ora è salvo e mi sono seduta sul prato a prendere il sole. Si stava da Dio. Non volevo più andare via. Poi ho iniziato guardarmi intorno e all'improvviso mi è sembrato tutto finto. Tutti finti. Tante macchiette tutte uguali con voci impostate e sguardi vuoti. Allora mi sono distesa e ho iniziato a guardare il cielo e ho visto le nuvole muoversi. Ho tirato un sospiro di sollievo e ho pensato. Ok. Sono viva. Va tutto bene.
Ora vado a mangiarmi l'ultimo quartino di mela. Il quartino buono però.
Ricomincio dalla fine.
Perché non scrivi? Perché mi manca il finale. In che senso? Non puoi iniziare a scrivere e basta? No. Non posso scrivere senza il finale. Ma che ne sai magari inizi a scrivere e poi una parola dopo l’altra per forza ad una conclusione ci arrivi.
Si per forza fosse anche solo quella di lasciar perdere. Come dici tu, la soluzione, probabilmente, arriverà da sola, senza che nemmeno io abbia bisono di sforzarmi per raggiungerla. Sarà una semplice conseguenza di tutto ciò che viene prima. Ma se quando cominci non hai in mente un obiettivo da raggiungere, chiaro, limpido, brillante come la macchia che si crea sullo schermo del computer quando viene colpito da un raggio di sole troppo forte, che qualità credi che possano avere le parole che scegli per arrivarci?
La vita funziona allo stesso modo. Puoi lasciarti vivere, trascinato da obiettivi che in realtà non ti appartengono, oppure puoi sforzarti di capire quello che vuoi davvero. E iniziare ad orientare tutto te stesso in quella direzione. Puoi permettere a quel raggio di sole di prendersi tutto lo spazio che vuole, al posto di correre a chiudere le tende.
Forse questi ultimi mesi sono serviti proprio a questo. A farmi capire meglio quello che voglio davvero e a lasciare un’altra volta la finestra aperta.
Forse è per questo che oggi, a denti stretti, mi ritrovo a dire Voglio con tutta questa lentezza e questa sete.
"Voglio.
Voglio sentire il sapore delle spezie nell’aria e provare il desiderio di pucciarci la punta della lingua. Voglio raccogliere frutti maturi dopo essermi fatta male, dopo aver corso senza maniche sotto una fitta tenda di grandine. Voglio lasciare che il succo di quei frutti mi scorra tra le dita e condividere quelle gocce di vita con qualcuno capace di apprezzarle. Voglio rimanere per un attimo seduta su una sdraio che non ho, ad ascoltare i rumori della strada dal balcone che ho e sentirmi soddisfatta, di me stessa e di quello che provo. Voglio poter fare della mia storia il mio tesoro e voglio dirlo senza paura di essere giudicata. Voglio mangiare carne e pesce in compagnia, con olio buono e basilico fresco. Voglio leggere e studiare di più. Voglio sapere di più. Voglio fumare di meno. Voglio trasformare la mia profondità in emozioni capaci di lluminare i miei occhi e quelli di chi li guarda, sempre. Non una volta al mese. Voglio ascoltare una storia vera e iniziare a farne parte. Voglio rimanere coerente con me stessa e ritrovarmi un giorno a pensare “ho fatto bene”. Voglio di nuovo un’avventura. Voglio scoprire una musica nuova e percussioni capaci di dare un nuovo ritmo alla mia vita. Voglio trovare il coraggio di riascoltare la musica di tutto quello che non c’è più, per poter ricominciare a sentire. Voglio sedermi per terra e ritrovarmi per caso spettatrice di un'opera d'arte. Voglio un sentimento, voglio più coraggio, voglio più calore. Voglio ricominciare a camminare per strada sorridendo, certa di stare per ricevere un regalo. Voglio una vita in cui “odiare” non debba essere la parola più piacevole da pronunciare".
Voglio questo finale, con tutta me stessa e lo voglio come punto di partenza.